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Triade dell’atleta donna: cos’è, diagnosi e cura

Le conseguenze di un eccessivo allenamento, associato ad un introito calorico non adeguato, sono state identificate nella sindrome che prende il nome di triade dell’atleta, descritta per la prima volta nel 1993 per poi essere esaustivamente definita dall’American College of Sports Medicine (ACSM). La sindrome coinvolge tre aspetti connessi con lo stato nutrizionale: disordini alimentari, amenorrea (assenza di tre cicli consecutivi), osteoporosi.

Se le energie spese durante l’allenamento non vengono controbilanciate da un apporto calorico adeguato si incappa, quindi, nella triade dell’atleta.

I disturbi alimentari possono manifestarsi in due forme differenti: anoressia, cioè paura di ingrassare e alterazione della percezione del proprio corpo e bulimia, disturbo caratterizzato da ricorrenti “abbuffate” seguite da attività mirate a limitare l’eccesso di calorie ingerite (vomito autoindotto, abuso di lassativi).

L’amenorrea, invece, viene causata da una riduzione di massa grassa e da uno stress neuro-endocrino, con conseguente aumento del tono inibitorio sull’ipotalamo da parte di ossitocina, serotonina e melatonina, che inibiscono la secrezione di GnRH. L’abbattimento dei valori di GnRH viene accompagnato da un aumento nella secrezione di prolattina, GH, riduzione dei livelli di T3, T4 e insulina. Inoltre, il perdurare delle condizioni di stress comporta l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento del rilascio di ACTH che, agendo a livello della corticale della ghiandola surrenale, determina un incremento nella liberazione di cortisolo (effetto catabolico) e B-endorfine.

La riduzione di importanti ormoni come T3 e T4, leptina ma soprattutto estrogeni, causa un aumento del riassorbimento della matrice ossea, diminuendo la densità minerale e aumentando così la probabilità di osteoporosi. Gli estrogeni, infatti, agiscono a livello dei recettori ossei favorendo l’attività degli osteoblasti e inibendo quella degli osteoclasti. L’aumento della fragilità ossea dovuta all’ipoestrogenismo rappresenta un fattore predisponente per fratture da stress.

 

 

In realtà, ormai si tende a parlare non più di triade ma tetrade dell’atleta, dal momento che all’interno di questa sindrome possono essere inclusi problemi di natura cardiovascolare. Infatti gli estrogeni, oltre ad agire a livello di ossa e sistema nervoso centrale, agiscono anche a livello del sistema cardiovascolare, limitando l’insorgenza di malattie ad esso legate (aterosclerosi, ipertensione arteriosa, cardiopatie).

L’iter diagnostico serve a valutare se l’amenorrea è correlata ad un deficit ipotalamico o ipofisario. La valutazione si basa sull’infusione di GnRH per endovena, andando ad analizzare la risposta endocrina in un arco temporale ben preciso. Nel caso in cui non si manifesti una risposta di LH e FSH al test vuol dire che il deficit è di tipo ipofisario, nel momento in cui invece la risposta delle gonadotropine risulta normale allora ci troviamo di fronte ad un deficit ipotalamico, e si può quindi parliare di ipogonadismo indotto da sport, problematica alla base dell’amenorrea dell’atleta. Come ultimo step si somministra il Naloxone, un farmaco antagonista dei peptidi oppiodi, e si valuta la risposta dell’LH, che se non dovesse raggiungere il picco di produzione tipico ci dà conferma di un deficit ipotalamico.

Per la risoluzione del problema, prima di tutto sarà necessario ridurre l’intensità dell’esercizio fisico e contemporaneamente aumentare l’introito calorico per favorire un aumento della massa corporea, garantendo anche un’assunzione di calcio giornaliera di circa 1500 mg/die e vitamina D. Solo in casi estremamente gravi si utilizzano dei farmaci antidepressivi sotto la supervisione del medico e dello psicologo.

Dott. Mauro Mandorino

2017-08-10T10:40:59+00:00